Porto Flavia, visionario porto sospeso sul mare

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La visita al complesso di Porto Flavia è stata la degna conclusione delle nostre due giornate alla scoperta del Sulcis Iglesiente. La struttura, sita davanti al suggestivo isolotto roccioso chiamato Pan di Zucchero, è stata per decenni un gioiello della tecnica ingegneristica che non aveva pari nel mondo.

Tutto partì da un problema. Come trasportare i metalli non lavorati prodotti nelle miniere limitrofe – come quelle di Masua o Monteponi – fino ai piroscafi che li avrebbero trasportati in continente? La costa del Sulcis, spazzata per buona parte dell’anno dal forte vento che spira dal Mar di Sardegna, non aveva spazi adatti per costruire porti o banchine.

Porto Flavia e Cesare Vecelli

Nei primi tempi del boom minerario di metà ‘800 i carretti prima e le ferrovie poi portavano i loro carichi fino al mare. Questi venivano imbarcandoli su di una flottiglia di piccole barchette a vela latina chiamate bilancelle, che trasportavano tutto fino all’isola di San Pietro. Qui stazionavano i grandi bastimenti che venivano lentamente riempiti. Questo processo era lungo, molto costoso in termini di tempo e denaro, oltre che fortemente influenzato dal tempo. Se infatti c’era mare grosso le barchette non potevano navigare, rallentando l’operazione di riempimento della navi più grandi per settimane.

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Questo deficit logistico fu affrontato dall’ingegnere veneziano Cesare Vecelli, direttore della miniera di Masua. Egli ideò, nel 1924, la soluzione perfetta per conto della società belga Veille Montagne, proprietaria di molte delle miniere della zona. Il principio era tanto semplice quanto geniale. Scavare all’interno della montagna, di fronte ai faraglioni di Pan di Zucchero, due gallerie gemelle, sovrapposte una all’altra, ma separate.

La struttura di Porto Flavia

In quella superiore sarebbero stati convogliati i carichi trasportati dai treni con i vari minerali. Questi venivano quindi suddivisi e scaricati in ordine di tipologia – argento, piombo, zinco – in nove enormi silos scavati tra la prima e la seconda galleria. Alti circa 18 metri, erano capaci di contenere fino a 10.000 tonnellate di materiale.

Questi silos avrebbero poi incanalato nella galleria inferiore il loro contenuto secondo un programma ben preciso. Al di sotto si trovava un nastro trasportatore estraibile che, attraverso un sistema di trasporto meccanizzato, era capace di riempire in poche ore un intero bastimento.

Sfruttando la protezione degli alti faraglioni calcarei del Pan di Zucchero le grandi navi potevano attraccare a pochi metri dall’accesso panoramico della galleria inferiore. Da questo usciva il braccio meccanico che trasferiva i minerali direttamente nel ventre della nave, con un risparmio immenso in termini di personale e di tempo, abbattendo di molto i costi di trasporto.

Giusto per dare un esempio pratico, grazie all’avveniristica struttura di Porto Flavia si poteva caricare una nave in circa quattro ore, attività che in precedenza richiedeva ben dieci giorni. Allo stesso modo questo processo determinò l’esubero di centinaia di uomini tra marinai delle bilancelle e personale adibito al carico e allo scarico mediante grandi ceste trasportati a spalla. Il progresso, come sempre, ha i suoi pro e contro.

Il nome dell’immensa e ambiziosa opera, che la collocava come gioiello della corona di tutto il complesso minerario della regione, fu un vezzo personale dell’ingegnere. Flavia, infatti, era il nome della sua figlia primogenita. Fu eternato non solo alla porta d’ingresso del tunnel superiore, ma anche nella grande balconata panoramica che ancora oggi si staglia orgogliosamente sul mare.

La fine di Porto Flavia

La fine dell’attività del porto fu dovuta in parte alla crisi estrattiva della zona, in parte al mutamento della logistica e delle infrastrutture sarde. Porto Flavia, infatti, operava per il carico di bastimenti che trasportavano per mare il materiale grezzo estratto nel Sulcis. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, invece, furono aperti gli stabilimenti di Porto Scuso e Porto Vesme, che raffinavano i minerali per esportare un prodotto di maggior qualità e valore.

A questo punto, anche grazie alle strade asfaltate e al trasporto su gomma, il materiale minerario venne dirottato verso questi centri nel meridione dell’isola. Questi erano oltretutto dotai di comode banchine navali per l’imbarco, molto meno scenografiche di Porto Flavia ma più funzionali.

Ora il sito è visitabile grazie ad un attento lavoro di restauro e a guide molto competenti. Noi vi consigliamo di farlo poco prima del tramonto, che vi garantirà uno spettacolo mozzafiato extra, una volta concluso il percorso all’interno delle gallerie.

Porto Flavia, insieme a MonteponiVillaggio Asproni e il Pozzo di Santa Barbara sono i siti raccontati nel reportage sull’Iglesiente realizzato a fine 2017.

Massimo Maltagliati

Se ti interessa leggere l’intero reportage, scarica la rivista cliccando sulla copertina qui sotto:

Reportage HoS - Iglesiente Dic2017

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