L’orbace in Sardegna, il tessuto della tradizione

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Orbace in Sardegna e le gualchiere

La storia dell’orbace

L’orbace in Sardegna è il tessuto tipico della tradizione, ottenuto dalla lana dei numerosi ovini presenti nell’isola. Un tempo indispensabile per la produzione dell’abbigliamento quotidiano, ora per la produzione degli abiti tradizionali. Tessuti molto simili all’orbace erano utilizzati nel medioevo dai monaci per la confezione dei sai, ed è possibile che i legionari romani ne facessero uso come indumento militare.

Caratteristica principe del tessuto, che ha fatto sopravvivere l’orbace per secoli, è la sua robustezza e impermeabilità, aspetti indispensabili per la vita all’aperto di pastori e contadini, e per la produzione di abiti duraturi. Riportato in auge nel periodo fascista, nel rispetto del modello autarchico dell’economia imposto dal regime, diventa tessuto per esercito e milizia.

È in questo periodo che, dopo secoli di produzione artigianale e quasi “domestica”, i processi di lavorazione dell’orbace vengono standardizzati e organizzati secondo pratiche industriali, con l’introduzione di telai e gualchiere meccanici, arrivando a impiegare migliaia di lavoratori.

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Nel secondo dopoguerra, con l’introduzione sul mercato di tessuti impermeabili sintetici, l’orbace viene via via sostituito. La produzione, lentamente, diminuisce, sino a scomparire quasi del tutto. Dopo aver accompagnato i sardi per secoli, l’orbace quasi sparisce dalla Sardegna. Attualmente solo pochi, pazienti e laboriosi artigiani producono questo tessuto, rivolto principalmente alla confezione di abiti tradizionali o di sartoria.

Gli utilizzi dell’orbace

Venivano realizzati in orbace i cappottoni invernali e i cappotti estivi (su gabbanu). Stessa cosa per le ghette nere dell’abito tradizionale (cartzas, calzas nieddas), e il gonnellino di uguale colore (sas ragas) indossato sopra i calzoni bianchi, di lino.

Ma questo tessuto non era prerogativa dell’abbigliamento maschile: presente anche nel vestiario femminile, ha un eccellente esempio nella gonna rossa del costume di Desulo.

L’orbace in Sardegna è indissolubilmente legato a un oggetto specifico: su saccu. Questo era il mantello, prezioso compagno di viaggiatori, pastori e contadini che passavano lunghi periodi all’aperto. Composto di due ampie pezze rettangolari del robusto tessuto, cucite fra loro per uno dei lati lunghi, era di solito dotato di un grande cappuccio. Veniva indossato come una cappa durante i viaggi, ma assolveva a molte altre funzioni. Di notte diventava coperta e stuoia per dormire sulla nuda terra, durante i pasti e nelle soste fungeva da tovaglia o tappeto, e naturalmente, fungeva da impermeabile quando pioveva. Insomma, su saccu d’orbace era un indispensabile capo da viaggio.

Il robusto orbace, oltre che nel vestiario, veniva utilizzato anche nella produzione della bisaccia (sa bertula), altro elemento quotidiano della vita in Sardegna. Una pezza lunga di tela, piegata alle due estremità a formare due tasche, e portata o a spalla dall’uomo o sul d’orso del cavallo, di circa un metro di lunghezza per mezzo metro di larghezza. Dentro si trasportavano gli oggetti necessari al viaggio, o, durante le semine, le sementi da piantare. Fra gli oggetti prodotti in orbace, si trovano anche pesanti coperte invernali, e tappeti della tradizione.

La produzione dell’orbace

Ma cosa rendeva così speciale, indispensabile e diverso dagli altri, questo panno di lana di pecora? Di certo il fatto che l’orbace in Sardegna era robusto. Ma un particolare importante, per secoli una vera ossessione per viaggiatori, militari, cacciatori e chiunque passasse molto tempo all’aperto, era l’impermeabilità.

L’orbace faceva propria questa caratteristica vitale grazie alla fitta trama e al procedimento di follatura. La lana, lavata e selezionata, veniva divisa in base alla lunghezza delle fibre e poi filata. Le fibre più lunghe andavano a comporre il filo di ordito del tessuto, quelle corte il filo di trama.

Ottenute le matasse di filo, si procedeva alla tessitura sul telaio sardo, con due tipi di armatura. Vi era quello “a tela”, più semplice, e quello a “saia”, uguale a quello dei moderni Jeans. Questo tipo di armatura rendevano il tessuto duro e compatto, ma era a questo punto che l’orbace in Sardegna subiva una lavorazione fondamentale: la follatura.

Le pezze venivano portate nelle gualchiere, simili a mulini, site presso i fiumi. Tra le più famose ricordiamo quelle di Santu Lussurgiu, Osilo, Tiana, alcune ancora visitabili. Qui la forza dell’acqua azionava dei pesanti magli che battevano per giorni il tessuto, bagnato in acqua. Questa lavorazione ammorbidiva il tessuto e chiudeva completamente le fibre, rendendolo finalmente morbido, sottile e impermeabile. Dopo alcuni altri lavori di finissaggio, l’orbace era finalmente pronto all’uso.

L’orbace oggi

Purtroppo, con la crisi della domanda e l’introduzione di moderni filati sintetici quest’industria è andata a scomparire quasi del tutto (eccezione fatta per poche eccellenze di artigianato). Delle tante gualchiere presenti un tempo, solo poche si sono salvate dall’abbandono. Le loro vestigia sono la testimonianza di un passato non troppo lontano in cui questa produzione, vanto per la Sardegna intera, era florida e impegnava migliaia di persone.

Paolo D’Ascanio

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