L’antica arte della transumanza in Sardegna

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Transumanza in Sardegna

La transumanza in Sardegna

La transumanza, “tramuda” o “truvèra” in sardo, è stata necessità, ricerca e flusso. Potremmo semplicemente definirla come il migrare stagionale delle bestie verso territori spazialmente e climaticamente ospitali. Per noi, però, è fatta soprattutto di persone e fatica, di cultura e disagio, di legami e conflitti. Se la pastorizia ha sposato la Sardegna e il suo popolo, allora la transumanza è figlia di questo ancestrale legame. Essa visse pressoché immutata per millenni, fino agli anni ’50 del 900.

All’origine della transumanza

Le zone montane dell’isola furono da sempre prolifiche di bestiame, ma non furono mai in grado ospitarlo completamente e farlo prosperare. Oggi con l’industrializzazione chi alleva può servirsi di ambienti protetti, sistemi di mungitura e di conservazione del latte. Un tempo, invece, il pastore poteva fare affidamento essenzialmente sul “paberile”, il terreno adibito al pascolo, pochi utili attrezzi e il bestiame stesso che lo nutriva. La povertà di terra praticabile e la severità dei rigidi climi invernali imponevano alle popolazioni montane di  muovere le greggi e le mandrie ad intervalli regolari verso il basso, presso le pianure e le coste.

La preparazione alla transumanza

La transumanza iniziava in genere tra settembre e novembre con lo svernamento. Ricominciava all’inverso cinque o sei mesi più tardi, con l’arrivo della primavera. Il cammino durava dai due ai cinque giorni e vedeva gli uomini lasciare poco per volta gli ovili, “cuiles” in sardo. Questi, portavano con sé tutti i ferri del mestiere necessari – compresa l’immancabile resolza, gli animali da soma e appena possibile anche i figli abbastanza grandi. Il trasferimento avveniva in massa o diviso. Per questo il pastore teneva conto della quantità di uomini a disposizione, dell’avanzamento dei freddi e naturalmente del numero degli armenti e della cura che questi necessitavano.

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Il cammino della transumanza

Così partivano, lasciandosi alle spalle le case del paese, e le tradizionali capanne in pietra e frasche, “sos pinnettos”, dalla foggia antichissima. Le bestie potevano essere più o meno giovani, deboli, in forze o in procinto di partorire. Ad ogni animale erano destinate infinite premure, pratiche tramandate di generazione in generazione che continuavano durante tutto il cammino. Esse scaturivano a loro volta dalla sacralità che caratterizzava la bestia come unica e sola fonte di sostentamento. Se, come spesso avveniva, una pecora partoriva per strada, le si lasciava il piccolo per un po’ di tempo e si attendeva perché lo riconoscesse come suo. L’agnellino veniva poi preso e riposto al sicuro dentro una sacca. Si riponeva di tutto nelle “tascheddas”, le borse di pelle lavorate ad arte.

Il pastore e la transumanza

Durante la transumanza, il pastore portava poche comodità per sé.  Si nutriva degli alimenti non deperibili di cui poteva disporre: Il formaggio, la salsiccia e il pane carasau, la tipica sfoglia di pane tostato. Dormiva su cespugli, nelle conche o in capanne improvvisate utilizzando la sua pesante, impermeabile e multiuso cappa di orbace. Le famiglie, da casa, attendevano in ansia, nutrite da poche notizie raccolte dai viaggiatori negli impervi percorsi, detti “andalas”o “caminos”,  battuti da millenni.

Per il pastore, infatti, man mano che varcava confini e attraversava terre, aumentavano le possibilità di incontrare le ostilità dei vari proprietari terrieri. Chi praticava la transumanza doveva convivere e contendersi le terre non chiuse, “sos saltos”, che rimanevano aperte al pascolo brado. Non di rado poi avveniva che chi arrivava si scontrasse coi coltivatori delle zone raggiunte, pronti a difendere il prodotto della terra con la forza.

Effetti della transumanza

Quando però il pastore poteva scegliere dove concludere il cammino e far pascolare i suoi animali, sceglieva sempre i terreni ad alto contenuto salino. Il sale, presente nelle terre più vicine al mare, caratterizzava infatti la composizione delle piante, e diveniva parte integrante dell’alimentazione delle bestie. Se ne produceva conseguentemente, un latte e un formaggio più ricco per aromi, sapori e valori nutrizionali, oltre che una lana di maggior qualità.

Avveniva poi che durante la transumanza si creassero legami duraturi. Ciò era d’altronde nell’interesse dello stesso transumante, che ogni anno doveva necessariamente ripetere la migrazione. Egli, se di notte camminava protetto dal sole e dagli sguardi, di giorno vendeva i prodotti del lavoro e stipulava accordi coi locali. Poi nei momenti di quiete, cercava rifugio nella natura e costruiva magari qualche piccola struttura, ancora meglio se vicino ad un corso d’acqua.

Chi visse i periodi della transumanza, attivamente o passivamente che fosse, partecipò comunicando, scontrandosi, scambiando saperi e accordi, alla nascita di molti insediamenti. Oggi alcuni sono scomparsi sotto la prova del tempo, delle vicende umane o per l’avvento della modernità. Altri invece sono divenuti paesi e cittadine con antiche tradizioni da preservare.

Vittorio Cuccheddu

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