Gairo Vecchio, il borgo fantasma

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Gairo Vecchio

Arroccato sul fianco del monte Armidda, a 600 metri sopra il livello del mare, Gairo Vecchio giace silenzioso sulla serie di tornati che risalgono l’altura. È il villaggio abbandonato più famoso della Sardegna, sito in una cornice naturale di grande fascino e suggestione.

Gairo Vecchio, origini e storia

Il luogo è stato abitato fin dall’epoca nuragica, testimoniato dai resti archeologici di Is Tostoinis, l’area sacra di Perdu Isu, le domus de janas di Bacu Arista e Scalarrana e il nuraghe di Serbissi. Il primo insediamento presso Gairo Vecchio risale al medioevo, durante l’epoca giudicale, sotto Calari. Passato poi sotto il potere pisano e infine aragonese, divenne parte della contea – poi marchesato – di Quirra.

Il territorio di Gairo Vecchio passò di mano tra diverse famiglie iberiche quali i Carroz, i Centelles, i Borgia, i Català e gli Osorio de la Cueva.

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Gairo Vecchio e l’alluvione del 1951

In tempi ben più recenti, oltre che sperimentare il graduale spopolamento dovuto alle condizioni di povertà dell’isola a cavallo di XIX e XX secolo, Gairo Vecchio dovette lottare contro la natura.

La stessa parola Gairo significa profeticamente “terra che scorre”. I fianchi della montagna su cui era stato costruito l’insediamento subirono sempre l’effetto delle piogge. La deforestazione selvaggia dell’800 incrementò questo fenomeno, provocando numerosi smottamenti del terreno e piccole frane. Ma mai nessuno si era preparato alla grande alluvione del 1951.

Per 5 giorni e 5 notti la pioggia trasformò le strade piccole e tortuose in torrenti in piena. Indebolì le fondamenta delle case e degli edifici pubblici e religiosi. Travolse tutto ciò che non era ben saldamente ancorato al terreno. Fece scappare a monte e a valle uomini e animali.

L’abbandono, comunque, non fu totale e immediato. Gli abitanti, a seconda dei danni subiti dalle proprie case e dalla personale testardaggine dei capifamiglia, lasciarono Gairo Vecchio nell’arco di dieci anni. Gli ultimi gruppi familiari nel 1963, anno in cui diventa ufficialmente un borgo fantasma.

Gairo Vecchio oggi

L’aspetto più affascinante di Gairo Vecchio è il suo relativamente buono – e inquietante – stato di conservazione. Sembra l’ambientazione di quei film post-apocalittici dove i protagonisti si aggirano intorno ad una città in rovina, con i ricordi non del tutto sbiaditi di vite ormai perdute.

Nello specifico, Gairo Vecchio ha conservato non solo la struttura di un classico paese sardo di fine ottocento, ma anche le memorie dell’epoca fascista, che non sono state cancellate a causa dell’abbandono poco dopo la guerra. Affascinante e inquietante al tempo stesso è il vedere i segni di una modernità in arrivo, ma che non si è mai potuta sviluppare. Ad esempio i lampioni, che svettano ancora sulle vie principali e presso edifici pubblici quali le poste o la Casa del Fascio, ma senza più lampadine. Inutili. Spettrali.

Molte case appaiono da lontano ben conservate. Quando si passa loro vicino si nota però la mancanza di porte e vetri alle finestre, oppure scale che iniziano ma si interrompono nel vuoto di un piano che non c’è più. Ci sono ancora diversi balconi con elaborate decorazioni di ferro. Si percepisce la loro bellezza, nonostante la ruggine e talvolta le distorte inclinazioni dovute al cedere del pavimento sottostante.

Si possono scorgere i resti dei colori degli intonaci blu, rossi e gialli che un tempo decoravano le case, frammisti ai nudi muri a vista, usurati dal tempo e dalle intemperie. Talvolta si vedono tetti o piani che sono letteralmente collassati uno sopra l’altro, come una torta multistrato vittima della furia di un bambino monello.

All’entrata del paese, in alto, resta silente la chiesa dello Spirito Santo. Fu costruita per onorare un voto dalle donne di Ulàssai, a cui è ricollegata una curiosa leggenda campestre. In basso, invece, sorge l’antico cimitero, affollato di tombe immerse in una vegetazione sempre più fitta.

Gairo Vecchio, l’eredità

Gli abitanti di Gairo Vecchio non sono scomparsi nel nulla. I loro discendenti hanno fondato ben tre nuove Gairo: Gairo Sant’Elena, Gairo Taquisara e Gairo Cardedu. Gairo Sant’Elena, ora detta Gairo o Gairo Nuova, è stata costruita a poche decine di metri in linea d’aria dal vecchio centro. Gli altri due sono più lontani e si chiamano solo Taquisara, di appena 300 anime, e Cardedu, vicino al mare.

Gairo Vecchio alterna il ricordo dell’attività edilizia dell’uomo all’opera lenta, paziente e invincibile della natura. Questa, pian piano, sta rientrando in possesso dei suoi diritti sulla terra. Gli alberi sorgono tra le case, le radici svellono il selciato, piante e rovi colonizzano i muretti, le piazze e le fontane abbandonate.

Fa riflettere come un luogo, frutto del lavoro e dell’impegno, delle speranze e dei sogni di tanti uomini, possa deteriorarsi nel breve volgere di una settantina d’anni.

La suggestione è massima al tramonto o di inverno, quando la luce è minore e si nota di più la mancanza dei tratti tipici della vita umana moderna. Se poi scende la nebbia, comune a quell’altezza, tutto diventa ancora più affascinante, creando un’atmosfera magica o spettrale a seconda delle vostre personali inclinazioni.

Gairo Vecchio rimane comunque testardamente ancorato sul fianco del monte, pronto ad accogliere i viaggiatori e i curiosi nel suo composto e paziente riposo. Una meta imperdibile per chi visita questa parte dell’Ogliastra.

 

Alberto Massaiu

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