Giallo nella Cagliari del ‘600. Il duplice omicidio Castelvì-Camarassa

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Il duplice delitto Castelvì-Camarassa fu un caso giudiziario che fece discutere per anni e anni. Ai nostri giorni avrebbe avuto un successo mediatico dirompente, visti i suoi elementi caratteristici. Due uomini potentissimi coinvolti. Le politiche della Spagna imperiale in Sardegna. Una storia di amore e tradimento. Processi farsa e continui capovolgimenti di fortuna dall’una e dall’altra parte. Una miscela esplosiva.

Le origini della vicenda

Il delitto Castelvì-Camarassa ha luogo nella Sardegna tardo-spagnola. Quella che era stata la più grande potenza europea fino a pochi decenni prima era ora un paese in crisi profonda. Economia a pezzi, corruzione, privilegi, esercito e marina indeboliti, continue rivolte e pirateria nelle colonie avevano ridotto il prestigio di Madrid al lumicino.

La politica spagnola continuava ciecamente a fare gli interessi della corte, ignorando le giuste istanze dei sudditi. In questo contesto sale alla ribalta il nostro primo protagonista, don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi. Questi, ormai avanti negli anni ma molto stimato in tutta l’isola, era a capo della fazione che ambiva a porre nei posti di potere dell’isola i nobili sardi. Dall’altro lato stava invece il viceré don Manuel de los Lobos, marchese di Camarassa. Quest’ultimo era un fedelissimo della politica accentratrice di Madrid, che osteggiava le rivendicazioni del Castelvì.

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La situazione a Cagliari precipita

Tra il 1666 e il 1668 si pongono le basi per il duplice delitto Castelvì-Camarassa. Non riuscendo a trovare una soluzione, il viceré rimise la questione alla corte di Madrid. Il marchese di Laconi, allora, decise di perorare personalmente la causa dei nobili sardi recandosi nella capitale iberica.

I suoi sforzi si risolsero in un nulla di fatto con il re, ma quando tornò in Sardegna la sua popolarità era alle stelle. Nobili e popolani dal nord al sud plaudivano il suo coraggio e l’impegno nel promuovere gli interessi dell’isola presso la corona.

Il viceré, conscio del pericolo insito in una tale popolarità concentrata in un aristocratico sardo e non spagnolo, fece di tutto per indebolire la posizione di don Agostino, senza grandi risultati. La situazione si deteriorò così fino al punto di rottura, raggiunto nella calda estate del 1668.

Il duplice delitto Castelvì-Camarassa

La notte tra il 20 e il 21 giugno dell’Anno Domini 1668 il marchese di Laconi venne ucciso brutalmente in un agguato presso Calle Mayor – attuale Via la Marmora, in quartiere Castello – con diversi colpi di arma da fuoco e di coltello.

Subito tutti i sospetti dell’aristocrazia isolana, vicina alle posizioni del Castelvì, si concentrarono sul viceré. Ad un mese esatto di distanza, tra il 20 e il 21 luglio, il marchese di Camarassa venne assassinato a sua volta in un agguato presso Via Canelles a suon di archibugiate.

Il duplice processo per il delitto Castelvì-Camarassa

Il processo vide due fasi principali: una precedente e una successiva all’arrivo del nuovo viceré. Questi fu il duca di San Germano, e avremo modo di valutare il suo operato a breve.

All’inizio, comunque, l’opinione pubblica era tutta a favore della fazione di Castelvì. Il marchese di Laconi era molto amato e il suo assassinio, che tutti attribuivano alle manovre del Camarassa, era stato quindi giustamente “pareggiato” dai suoi partigiani.

Il primo processo, quindi, fu portato avanti contro la fazione di Camarassa, giudicata la prima ad aver innescato la spirale di violenza in città.

Di ben diverso tenore fu invece il secondo processo portato avanti dal nuovo viceré, che voleva rimettere in riga i nobili isolani in modo esemplare. Innanzitutto il motivo dell’omicidio dell’anziano marchese di Laconi non fu attribuito a motivazioni politiche, ma di adulterio.

Il liaison tra Silvestro Aymerich e donna Francesca Zatrillas

Sbucarono fuori testimoni che accusavano la giovane vedova del marchese di Laconi di aver avuto una relazione con il cugino Silvestro Aymerich. Quindi l’omicidio venne “declassato” da politico a una questione di corna.

I due avvalorarono la storia scappando insieme a Nizza, dove si sposarono. A questo punto il duca di San Germano ebbe gioco facile a bollare tutti i membri della fazione di Castelvì come traditori, in quanto avevano ucciso il suo predecessore.

Questi erano il fior fiore dell’aristocrazia sarda dell’epoca. Tra i nomi spiccavano quello di Jacopo Artaldo di Castelvì, marchese di Cea e cugino dell’estinto, don Antonio Brondo, don Francesco Cao, don Francesco Portogues, don Gavino Grixoni e don Silvestro Aymerich, il nuovo marito di donna Francesca, marchesa di Sietefuentes.

La condanna “politica” per il delitto Castelvì-Camarassa

Tutti loro furono giudicati colpevoli di tradimento e lesa maestà e condannati a morte in contumacia, in quanto scappati o datisi alla macchia appena avevano compreso come sarebbe finito il processo. Come detto, i due novelli sposi si erano trasferiti a Nizza e tutti gli altri, compreso il marchese di Cea, in Francia o comunque in paesi avversi alla Spagna.

Eppure il nuovo viceré aveva un’ultima, terribile, carta da giocare. Il duca di San Germano da un lato mise una taglia sulla loro testa di 6.000 scudi – più il perdono di qualsiasi delitto – per chi li avesse consegnati vivi, 3.000 se consegnati morti e dall’altro preparò una trappola degna delle Nozze Rosse di Game of Thrones.

Il tradimento di Giacomo Alivesi

Il viceré mise in atto un piano diabolico. Convinse un nobile sassarese, tale don Giacomo Alivesi, ad avvicinare gli ignari esuli per informarli che era pronta in tutta l’isola una ribellione contro il malgoverno spagnolo.

Tanto disse e tanto fece che alla fine convinse tutti loro – tranne la marchesa di Sietefuentes, che rimase a Nizza – a sbarcare in gran segreto presso l’Isola Rossa, a Vignola. Qui vennero accolti dai “ribelli” – in verità uomini fedeli al viceré – che trucidarono nel sonno il Cao, il Portugues e l’Aymerich. Solo il Castelvì, cugino del defunto da cui tutto era partito, venne catturato vivo per essere esposto come esempio per tutta l’isola.

Il tragico epilogo della vicenda nata dal delitto Castelvì-Camarassa

Una grottesca processione incominciò a Sassari tra la fine di maggio e l’inizio giugno dell’Anno Domini 1671. Le teste dei tre caduti, riempite di sale, vennero infisse su picche ed esposte davanti ai prigionieri, che camminarono fino a Cagliari per ben 12 giorni, passando di paese in paese. Dopo una macabra entrata trionfale nel capoluogo isolano e una brevissima prigionia, anche Jacopo Artaldo di Castelvì fu decapitato il 15 giugno.

A crudele monito affinché quanto avvenuto non potesse più accadere il viceré ordinò di esporre le teste sulle torri di San Pancrazio e dell’Elefante, in cui rimasero ben 17 anni. Non pago di ciò fece confiscare tutti i beni alle loro famiglie e abbattere le loro dimore, sul cui terreno venne simbolicamente versato del sale. Ultimo sfregio, in città vennero poste “Perpetue note de infamia” a ricordare i fatti.

Una di queste è ancora visibile in via Canelles 32, nel centro storico di Cagliari. Donna Francesca, citata in questa iscrizione, fu l’unica a sopravvivere, morendo anni dopo in un convento a Nizza, dove si era guadagnata fama di donna pia e devota, forse per dimenticare le tragiche vicende della sua gioventù e il suo amore perduto.

 

Alberto Massaiu

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