Omicidio in casa Quesada

Un fermento che dura seimila anni
Sassari, con occhi diversi
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Un tempo non importava se tra due persone ci fosse amore o attrazione, se ci fosse qualsiasi tipo di desiderio o sentimento: le famiglie decidevano il destino dei giovani. Questo è il caso delle famiglie Quesada e Delitala.

Era il 30 agosto del 1854, Don Michele Delitala intenzionato ad avere a tutti i costi la mano di Giovanna Maria Quesada (detta Minnia), decise di recarsi in via Luzzati, a casa Quesada, e per l’ennesima volta bussare alla porta.

I due si amavano alla follia, ma i genitori di Minnia, nonostante Michele avesse nobili origini, non approvavano il loro amore.

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L’ufficiale Michele Delitala conosceva le dinamiche che facevano intrecciare le famiglie della nobiltà sassarese, ma le rifiutava a tal punto dal presentarsi a casa Quesada a chiedere la mano della sua amata armato di stiletto e di due pistole.

sassari luzzati

Via Luzzati Sassari

Una volta chiesta la mano alla madre di Minnia, subì l’ennesimo rifiuto.  Michele perse la testa : puntò la pistola verso la malcapitata e premette il grilletto, ma il destino volle che la sua amata si spostò rapidamente sulla traiettoria del proiettile per difendere la madre da morte certa.
Michele perse ogni controllo per aver ferito l’amata e sviluppò una furia omicida.

Si scagliò contro la signora Quesada pugnalandola più volte con una ferocia inaudita.

Dopo di che si abbatté sulla serva che nel frattempo era andata a soccorrere Minnia sul pavimento cercando di bloccare la fuoriuscita del sangue.
Corsero in soccorso anche il padre e lo zio di Minnia, ma appena Michele si accorse della loro presenza scaricò i pochi proiettili rimasti su di loro e poi tentò il suicidio.
La strage per fortuna fu evitata. L’unica persona che morì fu proprio Minnia, che decise di perdonare il suo amato poco prima della sua morte, avvenuta dopo sei giorni dal tragico evento.

Michele Delitala venne arrestato e sottoposto ad un processo, ma grazie ad alcune conoscenze fu assistito dai migliori avvocati del tempo, tra cui Pasquale Stanislao Mancini.

La notizia divenne famosa anche fuori dalla Sardegna e ne parlò anche una rivista chiamata “Il Diritto”, un organo della sinistra subalpina e di altre rappresentanze liberali.

I famigliari di Michele e gli avvocati lottarono fino alla fine per fargli evitare la forca, tant’é che Mancini chiese per lui la grazia. Ogni sforzo fu vano  poiché la costituzione diceva chiaramente: “la legge è uguale per tutti”.  Di conseguenza giustizia doveva essere fatta e Michele venne giudicato come un uomo comune.

Il 16 maggio 1857 venne deciso l’orario dell’impiccagione.

Com’era d’uso in quei tempi,  avvenne con la maggior pubblicità possibile, poiché la spettacolarizzazione delle condanne a morte  aveva una funzione didattica. Si raccolse una grande folla in Piazza Castello e nel vicinato per veder passare il condannato a morte, seduto sul carro diretto verso il campo di San Paolo in cui, a quei tempi, venivano consumate le pene capitali. Don Michele Delitala, che venne visto da molte persone durante il tragitto, fu descritto come un ragazzo pallido, dai capelli lunghi che ondeggiavano sulle spalle. La vicenda non finì quell’anno. Il palazzo già dai primi del novecento portava il sinistro nomignolo di casa dei fantasmi, ma in pochi conoscevano la triste vicenda, narrata nel volume di “Sassari” di Enrico Costa.

Da allora pare che il fantasma di Don Michele Delitala torni di fronte alla palazzina della famiglia Quesada per chiedere perdono per il suo crimine.

Pare che lo spirito si faccia sentire al terzo piano, in cui si dice che molti inquilini sentendolo siano scappati in preda al panico. Chi ha abitato nel palazzo racconta anche di porte cigolanti, strani rumori notturni, correnti d’aria gelida e soprattutto la sensazione di un’irrequieta presenza. C’è  addirittura chi  dichiara di aver visto un uomo pallido e triste sotto il palazzo dei Quesada, con lo sguardo rivolto verso la finestra della sua amata.

Questa è la storia di Don Michele Delitala, che innamorato pazzo della sua Minnia, finì per assassinarla per errore.

 

Dicono che l’amore è vita, io per amore sto morendo. – Jim Morrison

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