L’evoluzione del costume di Osilo

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Osilo è un’antica comunità che vanta circa 3.000 abitanti, arroccata sul monte Tuffudesu, presso Sassari. La cittadina si può scorgere da molto lontano grazie all’altura su cui è situato, caratterizzata dalle rovine del castello dei potenti signori toscani Malaspina.

Questa rocca, che si trova nel punto più alto del borgo, è circondata dalle stradine strette e ripide – dette bicos – del quartiere vecchio. Separata dal centro principale, seguendo la strada per Sennori, si trova la frazione di Santa Vittoria, arroccata su di una sporgenza calcarea. Ancora più avanti, incuneata in una valle, quella di San Lorenzo, sede dei mulini della zona.

Il costume di Osilo tra gualchiere e orbace

Oltre i mulini, San Lorenzo era il centro delle gualchiere. Questi stabilimenti, che traevano la loro energia dall’acqua, servivano a completare l’ultima fase di lavorazione di uno dei prodotti per cui Osilo è famoso: l’orbace. Questo tessuto, di cui ormai è rarissima la produzione, veniva realizzato con le fibre più lunghe della lana. Selezionate e pettinate accuratamente, venivano battute per interi giorni dai magli delle gualchiere. In tal modo le fibre si chiudevano e diventavano impermeabili all’acqua, rendendo l’orbace sottile e comodo da indossare.

Dove possiamo trovare oggi l’orbace osilese originale? Sicuramente negli abiti storici, soprattutto quelli più antichi. Il loro disegno e decorazione ha subito una lunga evoluzione, tipica di un oggetto legato al quotidiano, suscettibile perciò ai condizionamenti della moda e del gusto delle persone, anche se sempre all’interno di canoni ben definiti.

Il costume di Osilo nelle sue varie declinazioni

Il costume tradizionale di Osilo – abito quotidiano sino a meno di un secolo fa – è ancora oggi indossato orgogliosamente dai gruppi folk o da persone comuni nelle feste religiose e laiche. La forma più diffusa è la foggia di inizio ‘900, influenzata da modelli, materiali e tecniche sempre più sofisticate provenienti dalla Francia, paese con cui la Sardegna intratteneva frequenti scambi commerciali.

L’abito femminile festivo si divideva principalmente in tre fogge. Quello più classico era il vestito delle solennità importanti, detto “sa capitta ruia” – dal colore rosso – o “estire ‘e cheja” – ovvero il vestito da chiesa. Vi era poi “sa capitta niedda”, meno ricco e appariscente ma più funzionale per la vita di tutti i giorni, con gonna e cappa nera in panno. Infine si poteva trovare “sa faldetta covacada”, spesso identificato come il costume della vedova.

Sicuramente quello rosso rimaneva il più ricco ed elegante, utilizzato dai ceti agiati nelle celebrazioni di maggior rilievo per la comunità.

Il costume di Osilo tradizionale

Nelle prime testimonianze dei viaggiatori che visitavano la Sardegna dal XVIII secolo il costume femminile viene descritto con grande meraviglia, sia per l’eleganza che per la cura con cui era realizzato. Nella versione più antica era composto da una gonna – detta faldetta – di panno di colore scarlatto, plissettata fittamente nella parte posteriore e sui lati. Sulla parte anteriore detta “su cameddu”, invece, la gonna rimaneva liscia. Questa veniva chiusa da due file di bottoni sui lati, che la univano al resto dell’indumento grazie ad una cucitura che formava delle pieghe.

I colori, i materiali e le dimensioni della gonna venivano ripresi nella “capitta ruja”, portata sopra il fazzoletto in lino che incorniciava il volto. Si trattava di una copricapo a forma di cappa semicircolare che arriva fino alla vita, con la balza nella parte inferiore e sui lati.

Completava l’abbigliamento una camicia in lino o tela bianca, sopra cui si indossava il corpetto – detto “su gruppittu” – in panno scarlatto, ricamato in filo d’oro. Le maniche, lunghe, presentavano un taglio dal gomito al polso chiuso da “sa buttonera”, un’abbottonatura di undici bottoni in argento o in rari casi d’oro.

Sopra il corpetto si portava “s’imbustu”, il bustino, realizzato con tessuti spessi e resistenti come il broccato, spesso decorato da motivi floreali e passamanerie. La parte rigida veniva ottenuta con stecche di palma, olivastro o giunco. Il corpetto antico era chiuso mediante dei nastri che passavano in appositi fori. Veniva utilizzato in colori chiari nel giorno del matrimonio, mentre in colori scuri nella vita quotidiana.

Il costume di Osilo femminile e la sua evoluzione

Nel corso degli anni, l’evoluzione delle tecniche e il diffondersi di materiali più preziosi ha portato diversi cambiamenti: la gonna, il corpetto e “sa capitta” sono diventati di velluto di seta, chiamato “terziopelo”, un tessuto ricchissimo e molto difficile da lavorare. La gonna è cambiata anche nella forma: la fitta plissettatura è stata sostituita da circa 30 pieghe più larghe dette “cannones” oppure “pijas bettadas”. La balza della gonna e “sa capitta” si sono ampliate di molto, arrivando a circa 30/35 cm di altezza. Le loro decorazioni sono diventate più elaborate: motivi floreali più vistosi ricamati a mano in filo d’oro, argento, seta, ciniglia.

Il fazzoletto, portato sotto “sa capitta”, prima prevalentemente in lino, venne realizzato più spesso in tulle e più recentemente in organza, ricamato accuratamente a mano. Questi cambiamenti, consolidatisi ad inizio ‘900, sono rimasti quasi del tutto immutati fino ad oggi.

Il costume nero, “sa capitta niedda”, era composta dallo stesso vestiario dell’abito rosso di gala, ma la gonna e “sa capitta” erano in panno nero senza ricami, e il bustino veniva confezionato con broccati e passamanerie. Poteva essere utilizzato la domenica a messa e per la passeggiata dopo di essa.

Molto simile a questo tipo di abito era la “faldetta covacada”, ma si differenziava per la seconda gonna, più lunga, portata sopra la prima, che veniva tirata sopra il capo, incorniciandolo. Utilizzata come alternativa a “sa capitta niedda”, successivamente ha preso piede l’ipotesi che fosse un abito vedovile, a causa della sua solenne austerità.

Il costume di Osilo maschile e la sua evoluzione

L’abito maschile, quasi per contrasto con la ricchezza femminile, risultava molto discreto e poco appariscente, ma ugualmente elegante. Immancabile “sa berritta”, il copricapo tipico di tutta la Sardegna, portato qui con una piega laterale che lo lasciava ricadere su di un lato del viso.

Il corpetto, detto “su dossu”, rimaneva in velluto nero, con una chiusura a doppio petto, abbellita da lunghe asole ricamate in filo di uguale colore. Sulla schiena presentava un ampio inserto in lino bianco detto “sa brocca”. Sotto il corpetto si indossava “su entone”, una camicia in lino spesso con polsini e colletto finemente lavorati.

La parte inferiore era formata da “sas calzas biancas”, ampi pantaloni di lino a sbuffo che arrivavano fino al ginocchio, infilati in “sas calzas nieddas”, sorta di ghette che coprivano il polpaccio sino alle scarpe. Sopra i pantaloni si indossava un gonnellino che arrivava a metà coscia detto “sas ragas”, in orbace nero.

A completamento del vestiario si indossava il cappotto. Ne esistono ancora oggi due varianti, tutte in orbace osilese con cappuccio, che cambiano nome a seconda della lunghezza: “su cappottinu”, e “su capottone”.

Anche il costume maschile, per esigenze di moda e praticità, ha subito delle modifiche, seppur meno consistenti di quello femminile. L’abbinamento tra “sas calzas biancas” e“sas calzas nieddas” hanno ceduto il posto a pantaloni di taglio borghese, realizzati però con tessuti tipicamente sardi: orbace, o fustagno, quasi sempre neri, più comodi da portare nel quotidiano.

Conclusioni

L’abbigliamento osilese, anche nel cambiamento di mode, materiali, tecniche e strumenti di lavoro, è riuscito a mantenere una grande eleganza e ricchezza senza mai risultare eccessivo, nel pieno rispetto delle sue antiche tradizioni. Di fronte ai mutamenti portati dal tempo e dai nuovi rapporti commerciali e sociali, gli osilesi si sono aperti e confrontati con il mondo, senza mai perdere la propria identità e il proprio stile, e la riprova risiede nei loro costumi, gelosamente conservati in famiglia e mostrati con orgoglio nelle feste per tutta l’isola.

 

Paolo D’Ascanio

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