La grande miniera di Monteponi

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La grande miniera di Monteponi
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La miniera di Monteponi, famosa per i fanghi rossi che si sono accumulati alle sue pendici, frutto di decenni di scarti di lavorazione nell’estrazione di argento, piombo e zinco, è stata un villaggio minerario attivo per oltre cento anni.

Fondata dalle comunità di primi minatori “moderni” nel 1850, è sita ad appena un paio di chilometri dal centro di Iglesias. In quell’anno una società privata ottenne in concessione dallo Stato la possibilità di sfruttamento delle risorse locali.

Il primo edificio di rappresentanza, che si aggiungeva ai semplici alloggi dei minatori, fu la Palazzina Bellavista. Realizzata in appena un anno tra il 1865 e il 1866 dall’ingegnere Adolfo Pellegrini, era destinata ai dirigenti della miniera.

Gli edifici della miniera di Monteponi

Secondo gli usi classisti dell’epoca, questo edificio era il più bello e curato. Vantava una cancellata decorata e un giardino impreziosito con palme e altre piante, che lo rendeva un’isola di benessere all’interno dell’insediamento. Anche gli impiegati amministrativi della miniera avevano un “quartierino” a parte, isolato un po’ più a monte e circondato anch’esso dal verde e da stradine curate. I semplici minatori e le loro famiglie vivevano invece più a valle, in casette disposte a schiera. Si recavano tutti i giorni ai pozzi con centinaia di biciclette, che avevano dedicati degli appositi “parcheggi” che abbiamo avuto modo di vedere ancora intatti, vicino al Pozzo Vittorio Emanuele.

All’epoca venne realizzata nella zona superiore anche una chiesetta dedicata a Santa Barbara, patrona dei minatori. A causa degli scavi, però, le fondamenta si indebolirono e venne quindi abbattuta. Venne in seguito sostituita con la conversione in chiesa dell’ex Casa del Fascio, sita più a valle.

Un aspetto delle strutture che ci ha molto colpito è la stonatura tra la bellezza “classica” dei primi edifici, realizzati tra gli anni ’60 e ’70 dell’Ottocento, come la palazzina della direzione, i pozzi Vittorio Emanuele e Sella, o la prima laveria, che contrasta con quelli più moderni risalenti al periodo repubblicano, molto più semplici, rozzi e poco curati esteticamente.

I grandi pozzi della miniera di Monteponi

I nuovi grandi impianti minerari come il Pozzo Vittorio Emanuele (del 1863) e il Pozzo Sella (1874) aumentarono grandemente la produttività della struttura. Questo perché garantivano sistemi rapidi per portare sempre più in basso i minatori ed espellere le acque sotterranee via via che si scendeva nelle viscere della terra.

Questi imponenti lavori cancellarono sia i resti dei vecchi scavi romani che le fosse pisane medievali di Monteponi. Entrambe vennero letteralmente divorate dall’avanzare dell’industria e seppellite dall’enorme quantità di fanghi residuati dalle lavorazioni.

La miniera di Monteponi e i suoi operai

Un altro aspetto interessante è il miglioramento sociale e i servizi che la miniera offriva ai minatori e alle loro famiglie.

Certo, i rischi per la salute e per la vita dei primi minatori erano molto alti. La vita media di un minatore era relativamente bassa e i morti sono stati circa 1.600 unità durante la centenaria attività presso Monteponi. Eppure questo lavoro offriva al contempo grandi opportunità per la sicurezza familiare e il futuro dei propri figli.

Infatti le compagnie private minerarie offrivano vari servizi all’avanguardia come l’ospedale, l’asilo, la scuola e quindi la possibilità di far studiare i bambini.

Ciò ha fatto sì che, nell’arco di una o due generazioni, i figli dei minatori più intraprendenti ebbero l’opportunità di diventare ingegneri, architetti o impiegati amministrativi. Avanzamenti impossibili nella statica società agro-pastorale che caratterizzava Iglesias prima del suo grande boom industriale.

I celebri fanghi rossi della miniera di Monteponi

Tutto questo rese Monteponi, a cavallo tra XIX secolo e XX secolo, un centro minerario di primo piano a livello nazionale per la produzione dell’argento, del piombo e dello zinco. L’attività estrattiva, tuttavia, ha prodotto degli effetti anche sul paesaggio circostante. Infatti, sul fianco del monte sotto la miniera, dove passa la SS 126, si stagliano gli impressionanti “fanghi rossi”. Questi sono gli accumuli di scorie terriere ricche di zinco, piombo e argento, oltre che impregnate dagli acidi utilizzati per “lavare” i materiali estratti all’epoca, per separare la terra e la roccia dal metallo.

Il trattamento elettrolitico necessario al recupero dei silicati di zinco era particolarmente inquinante. I fanghi rossi, ormai consolidatisi sopra un terreno per fortuna impermeabile, sono quindi vincolati dalla Soprintendenza ai Beni Culturali e Tutela del Paesaggio di Cagliari.

Passeggiare tra le strutture ormai silenti e abbandonate infonde un lieve senso di malinconia, se si pensa che appena un secolo fa questi edifici erano animati da una vita frenetica ed industriosa. Popolati da tanti uomini pieni di speranze, paure e incognite, ma anche da una grande fiducia verso il progresso. Persone che pensavano che il loro lavoro, duro e anche pericoloso, avrebbe potuto migliorare il futuro delle loro famiglie, del loro territorio e del loro paese.

Un modo di pensare che, nella nostra società, si è ormai in gran parte dimenticato.

Monteponi, insieme al Villaggio Asproni, il Pozzo di Santa Barbara e Porto Flavia sono i siti raccontati nel reportage sull’Iglesiente realizzato a fine 2017.

Carlo Gaspa

Se ti interessa leggere l’intero reportage, scarica la rivista cliccando sulla copertina qui sotto:

Reportage HoS - Iglesiente Dic2017

 

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