Sa Resolza, l’antico coltello sardo

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Resolza serramanico
Resolza con manico in corno di montone
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Sa resolza, nome poco conosciuto rispetto alla “leppa“, che in realtà è solo una tipologia di lama sarda, è il coltello a serramanico tipico della tradizione. Strumento indispensabile per la vita dei pastori, è stata anche protagonista di tragiche vicende, quando da strumento di lavoro si è trasformata in mezzo da offesa. Ad ogni modo sa resolza incarna lo spirito agro-pastorale della Sardegna: duro, temprato dagli elementi, ma allo stesso tempo affascinante e misterioso.

Storia della Resolza

La fortuna della resolza ha origini antiche. Dacché si ha memoria la Sardegna ha sempre avuto minerali da offrire alla lavorazione delle lame: A partire dal neolitico con l’estrazione dell’ossidiana del monte Arci, passando per l’età del bronzo con gli utensili e le armi nuragiche forgiate in bronzo, i perfezionamenti artigiani legati alle svariate dominazioni, prima romana e  poi bizantina che ritroviamo nella lavorazione del corno, quella spagnola e infine piemontese. L’età sabauda in particolare ha visto evolversi sa resolza nelle forme e nelle funzionalità che sono arrivate fino a noi.

L’antenato della Resolza

Un primo antenato della Resolza, diffusissimo fino alla prima metà dell’ottocento, fu la leppa. “Sa leppa de chintu” era una lama a punta ricurva, lunga tra i 50 e i 60 cm e senza guardia. Era di un genere unico in Europa, col manico in legno o in corno di montone, comune solo alle tribù berbere nordafricane. Si portava di lato, appesa alla cinta, ed era destinata alla stoccata nel duello tra gente comune e agli assalti dei briganti. Fu protagonista di eroici exploit della Brigata Sassari durante la prima guerra mondiale.

Nascita della Resolza

Nel contempo la “Resolza, o Aresoja”, probabilmente dal romano “rasoria”,  si diffondeva nelle campagne e nelle miniere. Rudimentale e auto-prodotta, mutò negli anni sotto i colpi delle leggi sabaude a limitazione delle lame. Nel 1871 le vollero lunghe meno di 10 cm, poi nel 1904 senza la punta. Così si passò da modelli semplici, come “Sa Còrrina” di Pattada, a lama fissa innestata a caldo nel corno di montone, a versioni più robuste con archetto, fino all’introduzione dei primi scassi e del meccanismo di chiusura ad anello per favorire l’occultamento dell’oggetto. Sa resolza era adatta all’uccisione e allo scorticamento dell’animale, alla lavorazione del sughero, al consumo del pasto. Fedele compagna, crebbe sempre migliore, fino a divenire un’arte appannaggio di pochi maestri.

Tipologie di Resolza

I generi di più noti sono:

La Pattadese o Pattada del paese omonimo, che rimane probabilmente il modello di resolza più noto, con la caratteristica lama a foglia di mirto, dalla forma elegante e slanciata. Il manico è costituito da due fascette  laterali in legno o corno, fissate tramite ribattini ad un’anima d’acciaio centrale. Di rado questo coltello sardo è a lama fissa. Solitamente ha uno scasso al centro del manico che ospita la lama. Quest’ultima è ancorata ad esso grazie ad un perno e tenuta salda da una fascetta di metallo.

L’Arburese nata ad Arbus, a lama panciuta perfetta per lo scuoio. Ha un manico del genere “monolitico” senza anima, ricavato da un unico blocco e stabilizzato alle due estremità da fascette metalliche. Anche questo coltello sardo è spesso un serramanico.

Resolza Arburesa
Arburesa con manico scolpito raffigurante un cavallo

La Guspinese. Questo genere di resolza esiste a lama panciuta e a lama tronca o “a spatola”. La caratteristica forma della lama trova origine nel contesto minerario guspinese, quando una legge sabauda vietò il possesso ingiustificato di coltelli a punta nei primi del novecento. Il manico, spesso in corno e ricurvo, anche in questo caso è monoblocco.

La Lametta Gallurese è una resolza diffusa in Gallura, terra di sughereti. La lama è anche questa volta tronca, ma ricorda un rasoio, per l’unico smusso laterale. Utilissima nella lavorazione dei “quadretti” da cui si ricavavano poi i tappi di sughero.

Materiali e lavorazione della Resolza

Sa Resolza è caratterizzata da sempre da una grande durevolezza. Tale qualità è propria di ogni coltello, anche del più raffinato, che non trascura mai l’originale funzione. Questo spirito è custodito severamente dai maestri coltellinai sardi. Perciò le componenti sono lavorate a mano, con materiali selezionati che la distinguono dalle imitazioni.

La lama in acciaio: è lavorata secondo antichi metodi di forgia, nei secoli affiancati a quelli moderni. L’acciaio può essere al carbonio o inossidabile, unito magari ad altri elementi: manganese, silicio, cromo, nichel, molibdeno, tungsteno e vanadio. Di grande pregio anche quello damascato, ottenuto con la sovrapposizione a caldo di leghe a diverso contenuto di carbonio, nichel o ferro.

Il manico in corno o legno: Il corno di montone è il più diffuso, assieme a quelli di muflone e cervo. Prima la stagionatura e al momento della lavorazione, a seconda del genere di coltello sardo, taglio e levigatura. Scaldato, diviene modellabile e viene pressato per il raddrizzamento. Ora può essere eventualmente sagomato e rifinito. Si usa anche il legno, di solito certi tipi di radica, il ginepro, l’olivastro e altri generi pregiati.

Le fascette e i perni: Battuti con precisione ed elegantemente decorati, sono più spesso in ottone o in metalli preziosi.

Sa Resolza oggi

I più celebri centri di produzione sono Arbus, Pattada, Dorgali, Santu Lussurgiu e Guspini, ma anche Luras, Tempio Pausania, Gonnosfanadiga, Arzana, Gavoi, Nurri, Seui e Villacidro. Ognuno, produce un genere di resolza dalle caratteristiche uniche e distinte. Se una volta queste lame venivano commerciate in tutta l’isola per la grande fruibilità e affidabilità, oggi nutrono l’ampio e ricco mercato del collezionismo globale per varietà, bellezza e carico culturale.

Vittorio Cuccheddu

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