Ho girato la Sardegna ed ecco cosa ho visto (Pt. 1)

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La sveglia suonò alle 5 di una pigra domenica di novembre. Era già inverno, durante la giornata il sole sarebbe stato avido e fiacco. L’eccitazione e una certa scrupolosità mi avevano impedito di dormire bene.
Ero il responsabile della piccola squadra di documentazione di Heart of Sardinia. Avevamo l’ambizioso obiettivo descrivere e fotografare centinaia di siti d’interesse selezionati da archeologi e biologi appartenenti a un gruppo ben più vasto di 25 ragazzi. Nei successivi 6 mesi saremmo riusciti a compiere la missione, ma nel mentre sarebbero cambiate molte cose: i compagni d’avventura, i rapporti di amicizia, le preoccupazioni e le sfide. Il freddo no, quello ci avrebbe accompagnati dall’inizio alla fine, rendendoci se non altro testimoni di quanto quest’isola sia ricca persino d’inverno.
Avevamo preso l’idea con una certa serietà, le spese e la logistica avevano richiesto grossi sforzi. Nei momenti più faticosi, questo si sarebbe rivelato un motivo in più per continuare.

Appena salii in macchina, la stessa macchina che avrei spinto fino alle strade più remote dell’isola, mi fermai a fare un riepilogo dell’attrezzatura. Era molto facile dimenticarsi qualcosa e rovinare l’intera giornata.
Passai a prendere tre ragazzi del team. Sospetto che mi abbiano segretamente odiato per gli orari imposti e che fossero ogni volta troppo stanchi o troppo infreddoliti per farmelo pesare. Ma ho sempre preferito credere che, semplicemente, amassero quella sfida quanto me.

La prima documentazione

Partimmo da Sassari e quando arrivammo alla Chiesa di San Pietro di Sorres (Borutta) iniziammo ad applicare goffamente quel protocollo di documentazione che gradualmente sarebbe diventato un’abitudine. Qualcuno mi raccontò dell’antica cittadina di Sorres, di come gli Aragonesi ne ottennero il controllo a discapito dei Doria e di quando infine venne rasa al suolo. Ma era ancora troppo presto per essere curiosi. Non ricordo molto altro, solo la nebbia oltre Bonnanaro, che all’alba ci appariva come uno specchio d’acqua in lontananza.
Io iniziai subito a scattare foto, solo le prime delle circa 4000 che avrei scattato nei mesi successivi. A guardarle adesso, a due anni di distanza, ho solo bei ricordi.

Andiamo! C’è molto altro da documentare!

Le domus de janas erano per me qualcosa di semisconosciuto appartenente alla Sardegna prenuragica, così quando raggiungemmo quelle di Mandra Antine (Thiesi) mi feci spiegare tutto dagli archeologi del team. Sinceramente faticavo a farmi entrare in testa che un tempo, quelle che a me sembravano banalmente delle piccole grotte, erano in realtà strutture sepolcrali. Il concetto di sacro non poteva apparirmi più fragile di così: poche migliaia di anni fa erano tombe, oggi sono rovine per turisti o rifugi per bestiame. Dove io scattavo le foto, qualcuno aveva sepolto i propri cari. Il tempo sa giocare con l’ironia.

La strada da seguire

Mentirei se dicessi che il Monte Cuccuruddu (Cheremule) mi colpì particolarmente, ma potrei forse dirlo di questa foto che scattai lì, che per molto tempo è stata la copertina dell’app di Heart of Sardinia.
Roberto e Andrea, componenti del team, stavano tornando alle macchine. Io rimasi indietro per scattargli una foto, qualcosa mi convinse che questo scorcio rappresentasse l’essenza della nostra sfida. Una strada che a un tratto si confonde con lo sfondo: quello sfondo lo avremmo poi sondato da cima a fondo settimana dopo settimana, ma in quel momento per noi era ancora il più affascinante degli interrogativi.

Conoscere e rispettare il passato

Penso che potrei parlare del Nuraghe Oes e del Nuraghe Santu Antine in una sola volta. Magnifici e vicinissimi, uno abbandonato e l’altro gestito. Confesso che i luoghi abbandonati mi hanno sempre affascinato di più, ma è impossibile non restare impressionati dalla maestosità di Santu Antine. Non ero mai stato un grande frequentatore di nuraghi, ma grazie a quell’esperienza e alle spiegazioni dei miei compagni iniziai a coltivare un crescente rispetto per quei luoghi e per il popolo che li aveva abitati. È probabile che molti Sardi oggi conservino solo una pallida traccia genetica di chi abitava l’isola in quell’epoca. Eppure, in qualche modo, sento un profondo legame con chi è venuto prima di noi e ha creato tutto questo. È la nostra Storia, la storia di questa terra, e ammetto che mi ci sono voluti 25 anni per iniziare a capirla e amarla.

Continua.
Nel mentre, puoi ripercorrere il nostro viaggio scaricando Heart of Sardinia per Android o per iOS.

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