Cagliari: adolescenza

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Leonardo decise di avvicinarsi con coraggio.
Non che fosse solito a gesti di questo tipo. In realtà, Leonardo era abituato a fare della propria timidezza un motivo d’orgoglio. Durante le estati liceali, in Sardegna, era comune che rimanesse solo sulla spiaggia, di notte. Erano feste organizzate in pompa magna, a quell’età, e gli invitati erano sempre tanti.

Quando la spiaggia era lontana dal centro abitato, si poteva anche raccogliere un po’ di legna ed organizzare un fuoco mal assortito. In questa fase, lui poteva definirsi fra i fautori dell’opera: prendi quello, vai là, gestiva l’organizzazione della spazzatura, si premurava della spesa al supermercato, dosando per bene gli alcolici ed il cibo per l’alba. Arveskida era un incanto. Eppure, a quell’età, non si badava troppo a riflessioni paesaggistiche. Arrivati sul posto, era lui che sceglieva l’angolo migliore per abbarbicarsi, fra gli alberi. Era lui, e questo già meno spesso, che si occupava degli inviti. Sapeva quali sedicenni potevano essere invitati e quali no, operando con zelo la fase della scrematura insopportabile dell’adolescenza: ebbene Leonardo, che umile non era, per quanto non avesse un centesimo e non fosse certo fra i più popolari del Siotto Pintor di Cagliari, si arrogava il diritto di scegliere chi potesse partecipare alle sue feste.

Sue, naturalmente, non lo erano, ma a lui piaceva sentirsi un po’ il padrone della situazione. Dalla sua aveva la stima che i compagni nutrivano della sua intelligenza: era senza alcun dubbio il migliore della classe. Un dotato altruista agli occhi dei compagni, un dotato calcolatore ai suoi: sapeva che passare le versioni di latino e greco lo avrebbe costretto ad una posizione di forza nei confronti dei suoi malandati amici. Da lì, poteva gestire gli esiti scolastici di chi lo circondava, e dunque i soldi nel portafogli, quante volte potessero uscire il sabato notte, quali vacanze avrebbero potuto fare. È con un modo lontanamente subdolo che Leonardo, pur provenendo dal quartiere periferico che non tollerava, iniziò ad abituarsi ad una bella vita, quella d’un privilegiato, d’un piccolo lord. Non c’era bisogno di essere il figlio di un dottore, iniziò a pensare, se lasciava copiare la versione di Tacito al figlio del dottore. Tutto ciò contribuì a creare quel microcosmo dorato. Intendiamoci, non senza astuzia: lui sapeva come muoversi. Ma, ahinoi, una volta superata la maturità e sbaraccato Aristotele dal cammino dei suoi compagni, la vita iniziò a singhiozzare, e così Leonardo. Per quanto riguarda quelle feste in spiaggia invece, una volta calata la sera, i compagni che faticavano a scuola sapevano bene come avvicinare le coetanee. Ebbene, quelle ragazze Leonardo se le ricordava bene: tenevano un asciugamano a coprire le gambe. Ogni tanto una parte della coscia veniva mostrata, quasi mai per sbaglio, e lui non sapeva far altro che guardare. In queste spiagge notturne, mai si spinse fino ad un approccio. A quell’età, non c’è poi troppa pretesa di sicurezza maschile. Nessuna strategia può resistere al valore di dichiararsi, più o meno velatamente, avvicinarsi e rischiare di venire rifiutato. Era capitato di restare solo con una ragazza, in quelle serate, quando magari gli amici era già tutti impegnati. La povera pia, poniamo anche brilla ma comunque scontenta, parlava con Leonardo e, ad immaginarla, avrebbe potuto anche desiderare un bacio.

Ebbene, Leonardo a quel bacio non si sporse mai. Non bastava una passeggiata al chiaro di luna o qualche frase esplicita: lui voleva la certezza matematica. E, sia chiaro, non voleva essere travolto da qualche labbra all’improvviso. Infatti avrebbe scambiato il gesto tenace della ragazzina per – e di ciò ne ha colpa il padre, che spesso ripeteva la parola non appena una ragazza proponeva di essere qualcosa più di una suora – un gesto da puttana.

All’epoca dei fatti né Leonardo e né il padre sapevano che la madre, da quando il figlio aveva cinque o sei anni, saltuariamente si donava al panettiere. Nessuna storia più scontata: la moglie venerata dal marito, il marito impegnato a racimolare qualche ventata d’ossigeno per un weekend al mare, lei e le focacce tutti i giorni, la solitudine e la crescita d’un figlio, una scollatura sempre più sbadata, un incontro fortuito sulla via della panetteria, all’ora della chiusura, uno sguardo di troppo, il figlio a casa della nonna, il desiderio di potersi dire donna prima di chiamarsi madre e moglie. Il marito non sospettò mai niente, ma Leonardo forse sì, quando il panettiere iniziò a trattarlo con riguardo e gli regalava le caramelle. Questo non significa che, a quell’età, lui avesse definito il rapporto di esclusività che consente l’esistenza di un matrimonio. Ma aveva percepito che la madre provava come una certa fretta, lì dentro fra le baguette, e mal nascondeva come una vergogna inconscia. La madre non sapeva cosa le succedesse, anche perché altrimenti tale vergogna sarebbe consapevole, piuttosto che inconscia. Ma fatto sta che diminuì le volte in cui si lasciava alzare la gonna dalle mani del panettiere. Ad ogni modo, non smise mai davvero, per quanto sia difficile capire quando le cose finiscono per davvero.
Leonardo rimandò ogni motivo di sentimentalismo in quelle spiagge vicino a Cagliari, durante l’adolescenza. Ma col tempo imparò e così non esitò. Quando si videro da lontano, Leonardo decise di avvicinarsi con coraggio.

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