E’ finito il Carnevale

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Lavorazione delle Palme a Santu Lussurgiu. Foto di Giovanna Manca

Finito il periodo carnevalesco, ci si prepara alla Pasqua. La Quaresima sarda fra palme, confraternite, riflessione.

E’ finito il Carnevale. Cioè, più o meno. Sarebbe finito: ma la voglia di fare festa porta a “invadere” spazi un tempo inviolabili, e lo stesso Mercoledì delle Ceneri, giorno di inizio della Quaresima, diventa un appuntamento di festa immancabile, come a Ovodda. E non si contano le sfilate che si tengono nel fine settimana successivo, fra balli, carri, musica. Insomma, la nostra voglia di fare festa sembra non finire mai (vabbè, come darci torto? Fra Frijolas, Origliettas, Fatti Fritti, è un peccato lasciarci tutto alle spalle…)
Ma il tempo scorre: per quanto cerchiamo di trascinarci il più possibile balli in maschera e dolci, il carnevale è finito. E questa è la normalità: ora è il tempo della Quaresima. Quaranta giorni (in realtà, per il Rito Romano 44, da Mercoledì delle Ceneri al Giovedì Santo) in cui i cristiani ricordano i 40 giorni nel deserto passati da Cristo prima di iniziare il suo ministero pubblico. Un momento di riflessione religiosa per i credenti, di digiuno, di preparazione alla Festa principale della Cristianità: la Pasqua. Ma oltre la riflessione interiore e il digiuno, è solo un periodo penitenziale? In realtò no: preparare la Pasqua vuol dire preparare una Festa intensa e formidabile, e qua, si sa, a volte la preparazione è vera e propria passione.

Tra confratelli incapucciati e bamboline di pane…


Lavorazione delle Palme a Santu Lussurgiu. Foto di Giovanna Manca

Quaresima vuol dire tante cose in Sardegna: vuol dire intrecciare le Palme che saranno benedette nella Domenica delle Palme, vuol dire farlo per ore, di notte, fra i racconti e i canti dei confratelli che tengono compagnia a chi lavora. Vuol dire ad esempio, Sa Pipia de Caresima, nel Campidano: una bambolina di pane, stoffa, carta cartone o legno con sette gambe, come le domeniche comprese nei quaranta giorni. Nelle mani reggeva dei pesci, o un pesce e la graticola, a ricordare il digiuno che andava osservato. A ogni domenica, si taglieva via una gamba sino a quando la bambolina veniva, infine, bruciata. Probabilmente di origine catalana, sa Pipia era accompagnata a volte dal suo fedele compagno, Giuanne Ispadinu.
Quaresima vuol dire processioni, confraternite. Vuol dire assistere a processioni che sembrano portarci dritti in Spagna, con i confratelli incappucciati e con il viso coperto, che mettono timore alla vista e invitano a riflettere sul mistero pasquale.

… accompagnati dal suono dei secoli.

Un gruppo improvvisato canta a cuncordu in un momento conviviale. Foto di Giovanna Manca

Nel Nord dell’Isola vuol dire anche canto a cuncordu: quattro voci maschili che producono un suono solenne, teso, commovente. L’accompagnamento perfetto per le processioni della Settimana Santa. Un suono che sembra uscire dai secoli, dai mille incontri di cui siamo eredi: il canto a tenore che si incontra con il canto gregoriano, forse. Immaginate questo suono in una chiesta gremita di persone silenziose, il Venerdì Santo: esattamente questo accade in numerosi paesi del centro nord dell’Isola, quando si compie il rito de s’Iscravamentu, la deposizione del Cristo dalla Croce. Si può essere cristiani o meno, religiosi o meno, ma vi assicuro che la pelle d’oca sale comunque. Il canto a cuncordu è un canto polivocale, cioè a più voci: normalmente quattro, che costruiscono un accordo maggiore sulla base dell’intonazione de sa boghe, che inizia e scandisce il canto, a cui si fondono su bassu, sa contra e sa mesu boghe. Eccezioni sono presenti in alcuni centri galluresi, dove si inserisce a volte un quinta voce, lu falzittu, che interviene in falsetto a chusura dell’accordo. Nomi e ruoli sono gli stessi o quasi del canto a tenore: una prova in più del forte legame di parentela fra queste due tradizioni parallele. Ma se nel tenore prevale la parte ritmica (soprattutto nei canti “a ballo”, che servivano a far ballare in piazza), nel cuncordu prevalgono le armonie. Gli accordi sono più complessi, con note di passaggio lunghe che contribuiscono a dare un’idea di musica proveniente da altri secoli. Idea confortata anche dal ritmo del canto, parzialmente libero, lasciato alla sensibilità degli esecutori, mai identico. Il repertorio, in questi contesti, è di carattere sacro: i cantori, in una sorta di delega comunitaria, rappresentano la comunità dei credenti che gli affida il compito di interpretare la preghiera cantata e di accompagnare i momenti salienti della vita religiosa.
Cantare non è facile. E non è facile farlo bene: ecco perché per tutto l’anno, e nella Quaresima in particolare, i cantori dei diversi cori lavoreranno con affiatamento per dare il meglio di se. Scelti dal Priore della confraternita per quell’anno (come a Castelsardo), o facenti parte di gruppi stabili e consolidati, affineranno il canto perchè tutto deve filare alla perfezione quando si rappresenta la propria comunità.

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