Cagliari: Post-adolescenza

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Cagliari-Piazza Yenne
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Leonardo era dal liceo che sognava d’occuparsi di poesia. Ancora questo linguaggio simil-vago, del tutto indefinito, ma che riflette bene i desideri ancora puerili, ancora puri, dei piccoli studiosi. Occuparsi di poesia, infatti, non significa assolutamente niente.

Che lui fosse del tutto privo di qualsiasi talento artistico, se l’era detto fin da piccolo e da lì non si era più mosso. Così aveva iniziato a studiare tanto, per rifarsi in qualche modo e, dopo qualche bicchiere, diventava anche aggressivo nelle sue mancanze.

S’era trovato davanti, una volta, un giovane pianista, e Leonardo gli aveva chiesto che musica gli piacesse suonare. Musica classica, rispose lui, e Leonardo, fresco di qualche libro di musicologia, aveva detto che la musica classica non era così ampia, che riguardava solo la scuola viennese e che i musicisti in genere sbagliavano a farne una categoria estesa. Quando il pianista gli disse: “Senti, ma tu cos’è che suoni esattamente?” e Leonardo disse solo: “Io non suono niente, ma ho dato tre esami a scelta di storia della musica all’università” ed il pianista si mise a ridere, quel presuntuosetto che sghignazzava di fronte gli aveva fatto un male cane.

Leonardo era uno studioso, ma ci provava a stare dentro l’arte. A Cagliari aveva frequentato per qualche mese un centro di poesia. Per i profani, un centro di poesia è un luogo dove, a scadenza regolare, delle persone si incontrano e parlano di poesia o, nei casi migliori, si leggono a vicenda e si criticano.

Leonardo andava lì per criticare. Ma ne aveva il coraggio solo se, a leggere, erano degli studenti di filosofia e letteratura rigorosamente maschi. Con loro sì, ripeteva gli insegnamenti di Croce e ricordava ai signori poeti in erba della necessità di un labor limae più preciso, più definito, più oraziano che callimacheo. Tale boria veniva meno quando a leggere erano le ragazze. Loro si alzavano, qualcuna carina e qualcuna no, e si arricciavano i capelli mentre leggevano i propri versi. Per Leonardo, più che leggere emulavano piccoli orgasmi ad ogni enjambement. Lui, d’altro canto, non scriveva e non recitava, ma alcune cose si sanno, così era davanti ai suoi occhi.

Solamente una ragazza aveva catturato la sua attenzione, vuoi il naso all’insù, vuoi i capelli rossi, vuoi la sua dolorosissima poesia sull’alluvione fiorentina del ’66. Così il centro di poesia era diventato il modo di inseguire questa ragazza. Ogni venerdì sapeva che l’avrebbe vista, e da lì in poi gli interventi in aula di Leonardo divennero sempre più altisonanti. Roboante una volta tuonò: “A me sembra che qui di poesia non ne capisca nessuno, o quasi nessuno!” e, nell’impercettibile movimento del sedersi in mezzo alle proteste, sbatté le ciglia in direzione della poetessa dai capelli rossi. Saranno stati coetanei, probabilmente di stessa estrazione sociale, senz’altro colleghi universitari, entrambi con dei vissuti dolorosi e gioiosi.

Lei non era così bella da poter essere una modella di intimo, lui non era così brutto da doversi nascondere sotto una sciarpa con la scusa dell’inverno. Giocavano ad armi pari, eppure Leonardo non riusciva a rivolgerle neanche una parola.

Una sera che non era un venerdì, ma giù di lì, qualche amico propose una serata. Prima un bar, poi l’altro, un concerto nel mezzo, le spese in qualche modo contenute, fino ad arrivare all’ultimo bicchiere prima di andare a dormire, verso le tre del mattino. A quell’ora, a Cagliari, restavano aperti pochi posti. Uno di questi era in Piazza Yenne. Appena Leonardo entrò, sostenuto dagli amici alticci, vide la poetessa rossa.

Procedette solo con l’avanzare osseo del corpo, i muscoli completamente bloccati, fino ad ordinare un bicchiere di vino e respirare forte. Gli amici non sapevano di questa piccola cotta, una roba da niente si dirà qualche anno dopo. Le orecchie tese agli amici, e gli occhi sempre in cerca. Poi, il dolore: quella che credeva un’amica della poetessa, anche lei molto carina ed altrettanto ubriaca, si avvicinò ai capelli della nostra, li spostò dietro le orecchie e iniziarono a baciarsi.

Nelle chiacchiere da bar a volte ci si era chiesti se un tradimento della propria fidanzata con una ragazza, e non con un ragazzo, fosse giustificabile e addirittura perdonabile più facilmente. La risposta univoca era sì, senz’altro. Alla poetessa quel bacio piaceva, eccome se piaceva, e l’amica si fece strada fra i corpi del bar. Mano nella mano passarono davanti al nostro Leonardo, invisibile. Continuarono per il corridoio, in fondo c’era il bagno, la poetessa e la sorgente della sua poesia in un bagno sbronzo alle tre del mattino.

Leonardo rimase lì seduto, buono buono tutto il tempo, un quarto d’ora abbondante, ad aspettare che il bagno si liberasse. Salutati gli amici, nella via per casa gli venne voglia di scrivere una poesia. Dopo poche parole non gli riuscì, ma si ricordò di avere un libro di Saffo. Lesse qualche epitalamio, quel Leonardo ancora universitario, ed andò a dormire.

Se ti sei perso la prima puntata del racconto puoi leggerla qui!

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