L’uomo che comprò la Luna

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Il film giusto, al momento giusto…

Vi capita, a volte, di vedere un film che sembra essere stato scritto per voi, per il momento che state vivendo? Immagino di sì: a me ogni tanto accade, casualmente, e mi aiuta ad astrarre e a vedere più oggettivamente le cose, quasi in terza persona. E mi è successo con “L’uomo che comprò la Luna” la scorsa settimana.

Film diretto da Paolo Zucca, scritto da lui, Geppi Cucciari e Barbara Alberti, è un film che tocca generi diversi ma che si potrebbe definire come una commedia con alcune adorabili incursioni di surreale. Protagonisti sono Jacopo Cullin, Benito Urgu e Francesco Pannofino insieme a Stefano Fresi, Angela Molina, e Lazar Ristovski.

Devo essere onesto: questo film non è stata una sorpresa, visto che aspettavo di vederlo con ansia da un po’ di tempo. Perché? Ma perché di Zucca avevo già visto “L’Arbitro”, in cui oltre a Urgu, Cullin e Pannofino, avevano lavorato Stefano Accorsi e Geppi Cucciari, dando vita a una tragicommedia divertentissima, capace finalmente di farci ridere sugli stereotipi che ci vedono protagonisti come sardi.

Dati questi presupposti, non vedevo l’ora di vedere “L’uomo che comprò la Luna”. E veramente, non sono rimasto deluso.

Una “spy comedy” nel cuore della Sardegna…

Il film, parola di regista, è diviso in due parti. E a parere mio in due sguardi: quello del protagonista Kevin (Jacopo Cullin) prima di affrontare la sua Isola di origine, che cerca in tutti i modi di negare dall’infanzia, e lo stesso suo sguardo quando torna a casa e si confronta con essa.

Zucca ha una delicatezza straordinaria facendoci ridere e riflettere sui nostri pregi e difetti, sulle nostre pose fisiche e mentali.

Kevin, agente speciale di origine sarda (ma ben nascosta!) viene coinvolto da misteriosissimi servizi segreti per una missione Top Secret in Sardegna, sulle tracce di una persona che sembra aver reclamato a sé la Luna. Ma come dire, gli anni passati lontano dalla Sardegna, uniti a un rifiuto inspiegabile verso di essa, hanno fatto dimenticare alla neo-spia come si “distingue una pecora da una capra”. E qui entra in gioco la figura del “coach” Benito Urgu, sardo tutto d’un pezzo emigrato da anni nella Penisola.

L’essenza della sardità sembra racchiusa in quei piccoli segreti per bere quantità immani di vino senza ubriacarsi, in come si tiene una birra in mano e si gioca la murra, severamente insegnati da Urgu. Ma sarà proprio questo duro formatore a regalarci delle piccole perle disseminate qua e là, che secondo lui caratterizzano la “sardità”: a cominciare dall’attenzione per le persone, più che per le cose. E con questo Kevin dovrà confrontarsi tornato nell’Isola: dopo delle esilaranti “prove del fuoco” nel paese dell’entroterra dove è stato inviato, dovrà scegliere chi essere davvero, se Kevin o Gavino. Soprattutto nel momento in cui incontrerà, finalmente, l’uomo che comprò la Luna.

Ridere per confrontarsi con l’identità

Proprio in questo frangente, Kevin/Gavino si troverà davanti al fatto che l’identità non è riducibile alle “querce sacre, canne al vento, donne con la brocca in testa” come pensava, ma è fatta soprattutto di scelte che si fanno in termini di valori e di affetti.

In “L’uomo che comprò la Luna” c’è lo sguardo di sardi che raccontano altri sardi. Un film da vedere, per ridere e per riflettere su cosa, al di là di tutto, ci lega all’Isola.
E allora? Sessanta minuti. (no… allora correte a vederlo!)

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